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Come aiutare i clienti a regolare il loro sistema nervoso attraverso la quiete

La quiete viene spesso descritta come nutriente, stabilizzante e rigenerante. Eppure, per molti clienti, può sembrare pericolosa, estranea o addirittura impossibile. Attraverso la lente della Teoria Polivagale, puoi aiutare i clienti a sviluppare un percorso che trasformi gradualmente la quiete in un’esperienza sicura e regolata. Questo percorso non mira tanto a “raggiungere” la quiete, quanto piuttosto a entrare in sintonia con il sistema nervoso e imparare a muoversi verso la sicurezza un passo alla volta.
Il processo spesso inizia esplorando le convinzioni che un cliente ha riguardo all’azione e all’inazione. Molte persone nutrono presupposti profondi, spesso inconsci, su cosa significhi fermarsi. Per i clienti il cui sistema nervoso tende verso uno stato simpatico, l’immobilità può sembrare pericolosa, come se fermarsi li rendesse vulnerabili a un pericolo. Altri, che si trovano in uno stato dorsale, possono vivere l’immobilità come un crollo o una disconnessione, interpretando la quiete come una scomparsa. Al contrario, quando sono ancorati in uno stato ventrale, i clienti possono vivere l’immobilità come qualcosa di nutriente e rigenerante. Esplorare queste convinzioni aiuta i clienti a notare come la loro biologia, plasmata dalle esperienze di vita, influenzi la loro percezione dei momenti di quiete.
Una volta che i clienti iniziano a scoprire queste convinzioni, il passo successivo è identificare i segnali di sicurezza e pericolo che influenzano il loro rapporto con la quiete. Questo comporta notare i segnali interni, come le sensazioni corporee che rassicurano o minacciano, così come i segnali esterni nell’ambiente che contribuiscono alla calma o all’agitazione. Include anche i segnali relazionali, riconoscendo come la presenza o l’assenza di un’altra persona influenzi il loro senso di sicurezza. Mappando questi segnali, i clienti iniziano a comprendere l’“equazione sicurezza-pericolo” che determina se la quiete è accessibile in un dato momento.
Per rendere la quiete meno opprimente, è utile presentarla come un continuum piuttosto che come uno stato “tutto o niente”. Puoi invitare i clienti a tracciare una linea con un’estremità che rappresenta l’assenza di quiete — caratterizzata da torpore, agitazione o distrazione — e l’altra estremità che ne rappresenta la presenza, come sensazioni di calma, spaziosità o pace. I clienti possono poi etichettare i punti intermedi con parole come “distratto”, “rallentamento” o “ritmo tranquillo”. Questo esercizio li aiuta ad abbandonare il pensiero “tutto o niente” e a iniziare a vedere la quiete come uno spettro in cui possono entrare gradualmente.
La pratica stessa può iniziare con dei micro-momenti di quiete. I clienti non devono per forza partire da lunghi periodi di meditazione o silenzio. Anzi, anche solo qualche secondo di quiete in un ambiente sicuro può essere molto efficace. Ricordare ai clienti che anche nei momenti di quiete il corpo continua a muoversi, i polmoni si espandono, il cuore batte e il sangue scorre, può rassicurare il loro sistema nervoso sul fatto che la quiete non equivale a pericolo. Questo rende la pratica più accessibile e meno suscettibile di scatenare reazioni difensive.
Dato che siamo programmati per creare legami, la quiete può essere coltivata anche attraverso la co-regolazione. Puoi incoraggiare i clienti a condividere poesie, scrivere haiku o esplorare forme silenziose di creatività insieme agli altri. Queste pratiche permettono ai clienti di radicare la quiete in esperienze relazionali sicure, anziché nell’isolamento. La presenza di un testimone compassionevole spesso aiuta il sistema nervoso a sentirsi abbastanza al sicuro da potersi fermare un attimo.
Infine, è importante che i clienti imparino a distinguere tra allungare e stressare il proprio sistema. A volte la quiete può essere un allungamento salutare, in cui il sistema nervoso si sente delicatamente stimolato ma anche nutrito. Altre volte, la stessa pratica può trasformarsi in stress, portando al crollo o all’agitazione. Aiutare i clienti a riconoscere questa distinzione permette loro di fermarsi prima che la regolazione lasci il posto alla sopravvivenza, trasformando la pratica della quiete in un processo di “allungamento e assaporamento” piuttosto che in un’esperienza opprimente.
In fin dei conti, creare un percorso verso la quiete non significa imporre il silenzio. Significa invece far entrare sicurezza, curiosità e compassione nei momenti di quiete. Guidando i clienti a mappare le reazioni del loro sistema nervoso, a esaminare le loro convinzioni, a sperimentare i continui e a praticare micro-momenti di quiete, puoi aiutarli a scoprire che la quiete non è un vuoto da temere, ma un’esperienza rigenerante da accogliere con gioia.
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