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Integrazione di psicologia somatica, lavoro sulle parti e EMDR nel trattamento delle vittime di abusi relazionali

Chi ha subito abusi relazionali spesso inizia la terapia portando con sé il peso invisibile di una disregolazione cronica: a livello emotivo, fisiologico e relazionale. I loro sintomi possono assomigliare a quelli della depressione, dell’ansia, del disturbo ossessivo-compulsivo o del disturbo bipolare, ma alla base c’è spesso un trauma complesso non riconosciuto. Quando trattiamo queste persone attraverso la lente della vergogna o della patologia, rischiamo di traumatizzarle nuovamente invece di sostenerle. Abbiamo invece bisogno di un approccio multidimensionale che integri la psicologia somatica, le terapie basate sul lavoro con le parti e l’EMDR per creare un percorso verso la regolazione, l’incarnazione e l’empowerment.
Capire il ruolo del sistema nervoso nel trauma
Alla base del trauma complesso c’è un sistema nervoso autonomo compromesso. Chi ha vissuto un trauma può oscillare tra iperattivazione (panico, agitazione) e ipoattivazione (intorpidimento, blocco emotivo), con un accesso limitato alla “finestra di tolleranza” in cui riesce a pensare, provare emozioni e relazionarsi in modo efficace. Queste risposte fisiologiche non sono disadattive. Sono strategie protettive di sopravvivenza sviluppate in contesti non sicuri.
Molti sopravvissuti ignorano i segnali del proprio corpo. Hanno imparato fin da piccoli a rendere “sopportabili” le situazioni pericolose, un’abilità che in seguito li porta a non cogliere i segnali di allarme o a rimanere in relazioni violente. Aiutare i clienti a tornare ad ascoltare il proprio corpo e a fidarsi delle proprie sensazioni è fondamentale per la guarigione.
Il potere della psicologia somatica: ritrovare il contatto con il corpo
Gli approcci somatici aiutano i clienti a ristabilire un legame con il proprio corpo, spesso dopo anni di distacco causato da dissociazione o reazioni traumatiche. Ma questo lavoro va dosato con attenzione. Per molti clienti, anche solo prendere coscienza del proprio corpo può essere un’esperienza travolgente.
Interventi somatici come la pendolazione (alternare l’attenzione tra disagio e sicurezza), le tecniche di radicamento, gli esercizi di respirazione e la consapevolezza consapevole delle sensazioni aiutano i clienti a sviluppare una maggiore tolleranza alle emozioni e alle sensazioni. I terapeuti possono dare l’esempio di questa regolazione attraverso il proprio respiro e la propria postura, utilizzando la co-regolazione come strumento terapeutico fondamentale.
Notare i segnali di attivazione del sistema nervoso (pensa a mascella serrata, respiro superficiale o intorpidimento) può aprire un dialogo sulla memoria implicita e sulle reazioni al trauma. Man mano che i clienti iniziano a riconoscere questi segnali, possono cominciare a chiedersi: “Questa reazione è adeguata al mio contesto attuale?”. Già solo questa domanda può cambiare tutto.
Il lavoro sulle parti: dare un senso alla frammentazione
Gli abusi cronici, soprattutto da parte di chi si è preso cura di te da piccolo, possono portare alla dissociazione strutturale. Le persone che ne soffrono possono provare un senso di vergogna opprimente, conflitti interiori o comportamenti che non riescono a capire, perché diverse “parti” di loro cercano di proteggersi da pericoli diversi.
Il lavoro sulle parti, che comprende modelli come la terapia “Internal Family Systems ” (IFS) o la Dissociazione Strutturale, ci permette di riconoscere ed esplorare queste divisioni interne. I terapeuti possono aiutare i clienti ad accedere al proprio Sé — curioso, calmo, compassionevole — e a relazionarsi con le loro parti ferite con comprensione anziché con giudizio.
Questo potrebbe significare chiedersi:
- Di cosa ha bisogno questo pezzo?
- Quanto ti sembra vecchia questa parte?
- Da cosa ti protegge questo pezzo?
- Riesci a entrare in contatto con questa parte di te con un atteggiamento gentile?
Anche piccoli passi verso l’energia del Sé — curiosità, calma, coraggio — possono favorire la guarigione e ridurre il senso di vergogna.
EMDR: un percorso strutturato verso l'integrazione
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) offre una struttura efficace per aiutare chi ha subito un trauma a rielaborare i ricordi traumatici. Attraverso la prospettiva dell’Elaborazione Adattiva delle Informazioni (AIP), l’EMDR parte dal presupposto che la mente abbia una naturale tendenza a guarire quando riceve il giusto sostegno.
Per chi ha subito abusi relazionali, le prime fasi dell’EMDR sono fondamentali. La fase di risorsa e stabilizzazione (Fase 2) può includere lo sviluppo di alleati interiori, l’identificazione di un “sì” e un “no” a livello emotivo e l’uso di spazi immaginari sicuri. Questi elementi aiutano i clienti a costruire fiducia nel proprio sistema nervoso prima di affrontare i ricordi traumatici.
È importante sottolineare che l’EMDR può far riemergere strategie di sopravvivenza del passato, come la dissociazione. Quando succede, non le consideriamo una patologia; ci incuriosiamo. “Ecco come ti senti quando ti disconnetti”, potremmo dire. “Possiamo esplorarlo insieme?” Con il giusto sostegno, i clienti possono rivisitare e rielaborare in sicurezza esperienze che un tempo sembravano insormontabili.
Creare un approccio relazionale e rispettoso nella stanza di terapia
Molti sopravvissuti, specialmente quelli con comportamenti di adulazione, fanno fatica a dire di no. Hanno imparato a essere remissivi come strategia di sopravvivenza. I terapeuti devono creare esplicitamente uno spazio per la scelta durante la seduta: su cosa parlare, quando fare una pausa, persino dove sedersi. Come diceva uno dei miei mentori: «Non faccio un lavoro approfondito con un cliente a meno che non sia sicuro che possa dirmi di no».
Questo approccio vale anche quando si tratta di offrire riflessioni. Spesso chi ha vissuto un’esperienza traumatica è cresciuto con una percezione distorta di sé. Prima di condividere un’osservazione, chiedi: “Ti va bene se ti faccio notare qualcosa che ho notato?”. Dare al cliente la possibilità di scegliere aiuta a ricostruire la fiducia in se stesso e nelle relazioni sicure.
Come passare dalla gestione alla guarigione
Troppo spesso la terapia si limita alla gestione dei sintomi per riportare i clienti “dentro la finestra”. Ma non basta. Se non affrontiamo il trauma che li ha spinti fuori dalla finestra in primo luogo, rischiamo di rafforzare un falso senso di regolazione.
Integrare le pratiche somatiche, il “parts work” e l’EMDR ci aiuta a trattare le radici del trauma, non solo i suoi sintomi. Insieme, questi approcci ci permettono di ritrovare l’accesso all’intuizione, alla libertà di scelta, alla consapevolezza del proprio corpo e, in definitiva, al diritto di vivere liberi dal dolore interiorizzato.
Come professionisti sanitari, il nostro compito non è quello di “aggiustare” le persone “rotte”, ma di aiutare chi soffre a ritrovare quella completezza che è sempre stata dentro di loro.





